Se due (e più) vite diventano un romanzo

di Luigi Mariano Guzzo

            «Non dico solo nei libri, ma nell’universo non c’è nulla che davvero ci assomigli, noi stessi non ci assomigliamo, e ogni forma di identificazione non è, in fin dei conti, che il casuale sovrapporsi di ombre fuggitive». L’ultimo libro di Emanuele Trevi si intitola “Due vite” (Neri Pozza, 2020). In realtà, di vite ne sono descritte almeno tre. Quelle dei due protagonisti – Rocco Carbone e Pia Pera -, prematuramente scomparsi, e quella dello stesso autore. A ciò se ne aggiunga una quarta, anche se in funzione di una fugace (ma determinante) apparizione: Chiara Gamberale.

Rocco Carbone
Pia Pera

            È un intreccio di biografie e, in parte, di bibliografie ragionate che assumono la forma unitaria del romanzo. Possono le vite, le nostre vite, nell’ordinarietà di uno svolgersi che potrebbe apparire anche marginale rispetto al destino del mondo, diventare un romanzo? O meglio, un meta-romanzo? Perché di una vita che racconta altre vite, di un libro che narra altri libri, di questo in fondo si tratta. Sono esistenze legate insieme da un forte legame di complice amicizia, che continua anche dopo la morte e che, anzi, forse proprio da quest’ultima è rinsaldato. La scrittura diventa, in tal modo, antidoto al distacco, al trascorrere del tempo, alla corruttibilità della realtà umana: «il morto è attratto dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole che scriviamo di lui», scrive Trevi.

            C’è davvero una nuda e cruda umanità in queste pagine, dove difficile, se non impossibile, è cogliere la linea di confine tra felicità e infelicità, tra soddisfazione e insoddisfazione, tra l’agape, amore donato, e l’eros, amore scambiato. D’altronde, al di là della geometria euclidea, anche due rette parallele finiscono per incontrarsi all’infinito.

Pubblicato su Mimì, inserto culturale de Il Quotidiano del Sud-L’Altra Voce d’Italia, 7 febbraio 2021

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