Don Mimmo Battaglia, il prete degli ultimi chiamato a guidare la diocesi di Napoli

di Luigi Mariano Guzzo

            Alle 6 e 21 di ieri mattina il vescovo Domenico Battaglia, 57 anni, aggiorna lo stato di WhatsApp e scrive: “Sogno una speranza vestita di stracci … perché il Signore si serve di vecchie ciabatte per farne calzari di angeli”. Dopo qualche ora, a mezzogiorno in punto, com’è tradizione nella Chiesa, il bollettino della Santa Sede e, in contemporanea, il cardinale Crescenzio Sepe dalla Curia di Napoli comunicano la notizia (quella “ufficiale”, ché “ormai il segreto pontificio è diventato il segreto di Pulcinella”, commenta Sepe, con riferimento alle anticipazioni sulla stampa): Papa Francesco ha nominato alla guida della diocesi partenopea il vescovo Battaglia, trasferendolo dalla sede di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti. E già si registra un evidente cambio di passo nel linguaggio e negli stili ecclesiali. La Santa Sede dà conto dei “titoli” in maniera formalmente puntuale: “Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Domenico Battaglia” è “Arcivescovo Metropolita di Napoli (Italia)”. Mentre lui, il nuovo Arcivescovo, nella Lettera di saluto al “Popolo di Dio” della Chiesa di Napoli, si firma semplicemente come “don Mimmo, chiamato ad essere vostro Arcivescovo”, definendosi un “viandante che desidera camminarvi accanto”, un “fratello che va tra fratelli”. Rimane, sempre e comunque, don Mimmo. Anche ora che servirà la Chiesa di Napoli, una delle diocesi più importanti del Sud Italia e del Mediterraneo, fondata, secondo fonti agiografiche, dall’apostolo Pietro, storicamente sede “cardinalizia” (ma adesso, con Papa Francesco, questo criterio conta poco), estesa su 274 chilometri quadrati di superficie, con un milione e settecentomila fedeli, più di mille sacerdoti, quasi trecento parrocchie e due vescovi ausiliari (Lucio Lemma e Gennaro Acampa). Anche ora, dicevamo, che, da metropolita, eserciterà una certa giurisdizione su altre dodici “suffraganee”, tra le quali la prelatura del Santuario di Pompei. Anche ora, infine, che sarà Gran Cancelliere della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. 

            È sempre quel “don Mimmo”, nato a Satriano, in provincia di Catanzaro, nel 1963, ordinato sacerdote nel 1988 dall’arcivescovo Antonio Cantisani, dopo aver compiuto gli studi teologici e filosofici al Pontificio Seminario Regionale “San Pio” di Catanzaro, e che, per lunghi anni, è stato presidente del “Centro calabrese di solidarietà”, per il recupero delle persone affette dalle tossicodipendenze. Le sue pubblicazioni sono esemplificative, a riguardo: “Un filo d’erba tra i sassi” (Rubbettino, 2009), “I poveri hanno sempre ragione” (Cittadella editrice, 2010) “Vecchie ciabatte… calzari di angeli. La tenerezza di un prete in cammino con gli ultimi” (Ed. Insieme 2012). Questo prete, insomma, spendendo la sua vita tra le fragilità umane e sociali del nostro tempo, si è guadagnato sul campo i “titoli della strada”, come ebbe a dire l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace Vincenzo Bertolone, nel giorno della sua consacrazione episcopale, il 3 settembre 2016, e che oggi esprime gratitudine per il “cuore tenero di un Pastore che saprà porsi accanto a vecchi, giovani, ragazzi e bambini”. 

            Don Mimmo è vescovo sullo stile di Papa Francesco, che ai vescovi chiede di avere l’odore delle pecore. È lui che lo aveva voluto, appena quattro anni addietro, vescovo a Cerreto, prima di trasferirlo ora a Napoli. In questo sacerdote calabrese – di appena 53 anni, al momento dell’elezione episcopale – Papa Bergoglio individuava e, ancora, individua l’icona episcopale di una “Chiesa povera e per i poveri”.  In Campania don Mimmo ha portato con sé la sua azione sacerdotale a favore degli ultimi e le sue radici calabresi, sulle quali certamente fonderà il cammino della diocesi partenopea: al dito l’anello episcopale è ricavato con l’oro della fede del papà defunto, la croce è intagliata nel legno degli ulivi di Satriano, il pastorale è realizzato artigianalmente dalle ragazze e dai ragazzi della comunità di accoglienza di Catanzaro.

            Si tratta di segni che esprimono un preciso modello ecclesiale. “Napoli, incrocio di bellezza e di ricchezze umane all’ombra del Vesuvio, con la sua complessità̀ e i suoi evidenti problemi, alcuni antichi ed altri nuovi, rappresenta il vero tesoro del nostro Sud, con i suoi limiti e le sue possibilità”, scrive il vescovo Battaglia rivolgendosi ai suoi nuovi fedeli. E poi un riferimento esplicito alla sua terra, la Calabria: “La capacità di resistere, reggendo, per così dire, anche al crollo di molte speranze, che trovo simile a quella della mia gente di Calabria, è la vostra e la nostra risorsa più̀ grande”. La Chiesa del vescovo “Mimmo” è una Chiesa “dove non si celebrano solo dei riti ma la vita e le speranze delle donne e degli uomini del nostro tempo”. L’invito, per tutti, è quindi quello di “essere insieme artigiani di pace, cercatori di un infinito che intercetta i limiti per farne possibilità, “costruttori infaticabili di speranza” e di stare accanto ai “tanti che sperano e lottano ogni giorno per la giustizia, l’onestà, l’uguaglianza e la preferenza verso i più̀ deboli, ma anche per la mancanza del lavoro, che rimane la vera piaga di questa nostra società”. 

            Vi è la conferma, in queste parole, del forte accento sociale che caratterizza il magistero episcopale di Domenico Battaglia, che da vescovo di Cerretto si è più volte interessato anche del problema dello spopolamento delle aree interne nel Sud Italia e della liberazione dei territori dalla morsa della criminalità organizzata. Tant’è che oggi la diocesi di Cerreto, per tramite del vicario generale Antonio Di Meo, non nasconde “pudicamente, un’intima sofferenza” per il distacco. D’altronde, quella di Sant’Agata de’ Goti, dove Don Mimmo è vescovo, è la stessa cattedra episcopale che fu di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), un napoletano. E, adesso, don Mimmo fa il percorso inverso di Sant’Alfonso: da Sant’Agata va a Napoli: una provvidenziale “restituzione”.  Come provvidenziali sono le diverse “coincidenze” che legano la nomina a vescovo di Napoli di Battaglia alla sua diocesi di origine, Catanzaro-Squillace. Abbiamo parlato delle diocesi suffraganee che saranno sotto la giurisdizione metropolitana di Battaglia, ecco tra queste vi è anche la diocesi di Capua: il Santo vescovo di Capua, Vitaliano, è patrono della città e della diocesi di Catanzaro, dove riposano – custoditi in busto argenteo nella Cattedrale – i suoi resti mortali portati da Papa Callisto II, nell’atto fondativo di questa Chiesa (nel 1121, esattamente 900 anni addietro!). E poi, ancora, l’attuale sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha operato, come magistrato, per diversi anni in Calabria e a Catanzaro, come ha sottolineato egli stesso nel commentare la notizia: “ho conosciuto personalmente Mimmo Battaglia quando ero magistrato in Calabria e ne ho sempre apprezzato la sua costante vicinanza ai più fragili e ai più deboli”.              

            Insomma, don Mimmo continuerà ad indossare il “grembiule” – per riprendere l’immagine di un altro vescovo che preferiva chiamarsi con il “don”, Tonino Bello -, così da rendere attuale quel “Patto delle Catacombe” che alcuni vescovi – specialmente latinoamericani – siglarono a Roma il 16 novembre 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II. Il loro era l’ideale di “vita di povertà secondo il Vangelo” da mettere in pratica nelle comunità ecclesiali. I padri conciliari rifiutavano, inoltre, di “essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…)”. Al pari di quello che oggi fa don Mimmo Battaglia, il nuovo metropolita di Napoli. Un vescovo di strada, un vescovo povero e per i poveri, con l’odore delle pecore, nel cuore del Mediterraneo, che ai piedi del Vesuvio è pronto ad offrire una speranza “vestita di stracci”.

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