Il nuovo messale e la rugiada dello Spirito divino

di Luigi Mariano Guzzo

Il messale arriva alla sua terza edizione, approvata ormai dai vescovi italiani e da Papa Francesco. Nell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace si inizierà ad utilizzare questa nuova edizione del messale già dalla prima domenica di Avvento, il prossimo 29 novembre. Così ha stabilito l’arcivescovo metropolita Vincenzo Bertolone, anticipando il termine dal quale sarebbe stata obbligatoria in tutta Italia (il 4 aprile 2021, domenica di Pasqua). 

Tutti noi abbiamo l’immagine visiva di quel grande volume, dalla copertina rossa, con le pagine ormai ingiallite dall’uso, al centro dell’altare. E durante la messa vediamo come il prete segua le formule, le orazioni, i canti che vi sono riportati. La parola stessa “messale” non lascia molti dubbi sulla funzione di questo libro liturgico. Ecco, del messale è stata pubblicata una nuova edizione (le prime due sono rispettivamente del 1969 e del 1983). Ma – sia chiaro – non è questione di sostituire un libro con un altro. La posta in gioco è ben più alta e riguarda il modo di celebrare nelle nostre comunità. A partire dall’assioma “lex orandi, lex credendi” – cioè, letteralmente, la legge della preghiera è la legge del credere – il modo di celebrare ha a che fare, in maniera strutturale, con il contenuto della nostra fede, predicata e testimoniata. In altri termini, il significato di quell’adagio latino, nel linguaggio dell’uomo del nostro tempo, potrebbe essere espresso con la formula: “dimmi come preghi e ti dirò in che cosa credi”. 

La nuova edizione del messale non è, quindi, esclusivamente roba da preti. È l’intera comunità, che crede e che spera, coinvolta in questo processo di cambiamento, necessario per mantenere vivo il rapporto tra celebrazione liturgica e cultura, nella sua evoluzione storico-sociale, anche sotto gli aspetti linguistici. Tutti noi, ad esempio, ricordiamo le parole della preghiera eucaristica, che pronuncia il celebrante: “santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito”. Ma adesso, con la nuova edizione del messale, diventano: “santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito”. E l’immagine della “rugiada” fa venire in mente una sensazione positiva di freschezza, di refrigerio – pure morale, ci dice il vocabolario –, di sollievo, di consolazione interiore. E, personalmente, mi piace pensare allo Spirito di Dio, il Paraclito, il Consolatore, che santifica il mondo – vale a dire, fa “nuove tutte le cose” (Ap 21,5) – condensandosi in maniera visibile (proprio come le goccioline di rugiada) sulla nostra umanità, tra le ansie e le attese, le delusioni e le speranze della vita di tutti i giorni.

Crediamo in quello che preghiamo – è vero -, ma non possiamo che pregare con la nostra carne, con quello che siamo, anche dal punto di vista culturale. E, peraltro, non sono proprio le categorie culturali, forgiate dalla posizione che assumiamo nel mondo, dall’esperienza, a modellare le stesse facoltà intellettuali, che – insegna Tommaso d’Aquino – ci permettono persino di arrivare alla conoscenza delle realtà divine? Insomma, anche se cambierà qualche formula (più di una) – e ciò potrà pure essere utile per imparare a non partecipare alle funzioni liturgiche in maniera meccanica – non sarà, quella, una nuova messa. Non cambia la messa, è l’umanità che è già cambiata. Siamo noi che abbiamo la necessità di ricercare e trovare parole, immagini e gesti diversi per esprimere quell’unica e sempiterna fede nel Dio della vita, che duemila anni fa Gesù ha testimoniato. Ed essere così santificati dalla “rugiada” dello Spirito divino.

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