“Scherzo di ferragosto”, il racconto “giallo” di Jemolo tra diritto, religione e letteratura

Nella notte tra il 14 e il 15 di agosto ho (ri)letto il breve romanzo “Scherzo di ferragosto”[1] di Arturo Carlo Jemolo (1891-1981), tra i “maestri” del diritto ecclesiastico italiano. In realtà, il titolo nulla (o quasi…) ha a che vedere con la trama. Come si legge nella nota dell’autore, “scherzo” riporta alla motivazione per la quale sono state scritte quelle pagine: un gioco, un divertissement per i familiari che, nel leggere i primi capitoli del racconto, avrebbero dovuto dare una soluzione all’enigma. “Ferragosto”, poi, indica semplicemente il periodo temporale di tale attività: le vacanze estive.

Del “ferragosto”, insomma, non c’è nulla nella storia che propone Jemolo. Eppure, proprio il “ferragosto” può rappresentare – perché no? – un buon pretesto per dedicarsi alla lettura di questo racconto. Quantomeno per condividere – da parte del lettore – lo stesso clima – e non è solo questione di centigradi! – che ha portato l’autore ad “improvvisarsi” scrittore di romanzi; e, ancor di più, “giallista”. In effetti, di un “giallo” stiamo parlando, la cui soluzione accompagna il lettore in viaggio, con una prospettiva quasi a “volo d’uccello”, che dal 1939 arriva fino agli anni della ricostruzione postbellica. 

Parlo di “improvvisazione”, in quanto Jemolo, “piccolo borghese”, “liberal-cattolico”, “malpensante” – come amava definirsi –, ha dedicato il suo lungo impegno intellettuale all’analisi dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia e della laicità dello Stato, nonché ad una notevole attività pubblicistica dalle colonne del “Il Mondo”, “Il Ponte” e “La Stampa”. Mentre l’attività letteraria si è caratterizzata per alcune novelle – redatte in anni giovanili – e per il racconto “Scherzo di ferragosto”. Un’attività letteraria, peraltro, “scoperta” qualche anno dopo la sua morte, con opere, quindi, pubblicate postume. 

L’improvvisazione ha comunque a che fare con un certo modo di intendere la pratica giuridica e l’attività del giurista[2]. L’improvvisazione d’altronde è fatta di intuizione, di impressioni. Ed è lo stesso Jemolo che, nel racconto, fa dire al pretore Ceschi: “Le impressioni hanno forse più importanza di quanto lei creda” (p. 71).

Jemolo, in altre parole, si improvvisa scrittore di gialli perché innanzitutto è giurista, nel senso pieno del termine. E non può sfilarsi quelli che sono gli “occhiali” da giurista nello scrivere un racconto, in cui emergono i temi della transazione dal socialismo al fascismo della coscienza dei contadini, del fanatismo religioso, delle credenze popolari, del sigillo sacramentale.

Aspetti interessanti, per quel che è il rapporto tra diritto, religione e letteratura[3], come la similitudine tra il ministero sacerdotale e il ruolo di giudice.  Così, nelle pieghe del romanzo, un giovane sacerdote dice al pretore Ceschi: “… credo che le sue esperienze di giudice collimino con le mie di confessore. Il penitente come il teste non dice le cose più importanti, e racconta bugie in perfetta buona fede” (p. 38).

Inoltre, nel racconto è messa in luce la necessità per chi pratica il diritto di alimentarsi alle fonti narrative. E’ consapevole Jemolo di quanto sia importante per un giurista leggere romanzi, tanto da far dire al dire al giovane vice brigadiere Assirto Marchesi, a proposito del pretore Ceschi : “… c’era e c’è tanta letteratura poliziesca in giro, e mi perdoni ma quel delitto come raccontato dalla bambina sapeva proprio di romanzo giallo; un giudice istruttore che guardasse altro che i suoi codici avrebbe ricercato tutta la letteratura poliziesca a buon mercato dal ’36 in poi – è molta, ma non è la sabbia del deserto – e forse avrebbe trovato il modello del suo delitto”. Ciò perché, come dimostrano gli studi su diritto e letteratura, le fonti narrative rappresentano chiavi di lettura per la comprensione della realtà nell’applicazione del diritto. 

In questo breve romanzo, vi è l’impianto della dimensione etica che sorregge la riflessione giuridica di Jemolo, sul crinale del rapporto tra bene e male, tra giustizia e ingiustizia, al punto da invocare – in un altro suo scritto – il “diritto all’incoerenza” per quanto attiene l’aborto: “legislatore voterei contro la legge che lo autorizzi …; e giudice assolverei sempre imputata e correi”[4]. Pur ripugnando forme di eticizzazione del diritto, Jemolo rimane consapevole che il diritto non può che costruirsi sulla base di una riflessione morale; una connessione funzionale da diritto e morale. Tanto da parlare di un’educazione alla “vita povera” per i giovani che “conservi il culto dei valori morali, quello della bellezza, l’affetto alla natura, anche l’amore agli animali…”[5]

Una testa decapitata, il diavolo, una bambina. E la bambina che dà (sempre; anche quando sarà una giovane adulta) un’unica versione dei fatti: “è venuto il diavolo e ha tagliato la testa alla mamma”. Da qui il mistero, i diversi tentativi di decifrare questa frase. Ed una soluzione che tarda ad arrivare o che, forse, non arriverà mai. Tanto da chiedersi, alla fine della lettura: ma non sarà davvero tutto uno scherzo?


[1] A. C. Jemolo, Scherzo di ferragosto, Editori Riuniti, Roma, 1983.

[2] Si segnala uno studio recente in materia: E. Buono, Diritto e improvvisazione. Cenni comparativi ed esercizi di demistificazione, in P. Chiarella, Narrazioni del diritto, musica ed arti tra modernità e postmodernità, Esi, Napoli, 2020.

[3] Recentemente, sul tema: M. Abu Salem – L. M. Guzzo (a cura di), Diritto, religione e letteratura, Libellula, Tricase (Le), 2019.

[4] A. C. Jemolo, L’aborto tra legge e coscienza, in Id., Il malpensante, a cura di B. Quaranta, Aragno, Torino, 2011, p. 105.

[5] Ivi, p. 119.

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