Il Quotidiano del Sud, 16 aprile 2020 – “Aiutaci Dio, a essere calmi!” L’intervista al Pastore Valdese Jens Hansen

            Le confessioni religiose fanno i conti con i provvedimenti restrittivi delle libertà fondamentali, per limitare e contrastare il contagio da Coronavirus. Abbiamo intervistato il Pastore Jens Hansen, che serve le comunità evangeliche valdesi in provincia di Cosenza e di Catanzaro.

            Pastore Jens, grazie per aver accettato l’invito a rispondere alle nostre domande. I valdesi rappresentano una comunità religiosa importante per la Calabria, in termini di storia, di cultura e tradizioni.

            I valdesi sono arrivati in Calabria circa un secolo dopo l’inizio del movimento valdese medievale, fondato da Valdo di Lione. Rimane comunque difficile fornire una datazione precisa del loro arrivo in terra calabra, ma sembra che una prima ondata migratoria avvenne già in epoca Sveva nel XIII secolo ed è quasi certa la presenza di comunità valdesi sotto il regno dell’Imperatore Carlo I d’Angiò (1266). Pierre Gilles (storico valdese) segnalava nel 1644 che i proprietari terrieri calabresi offrirono terre da coltivare ai valdesi in cambio di un canone annuo, ma con la possibilità di fondare delle comunità esenti dagli obblighi feudali. I primi gruppi provenienti dal Piemonte, si insediarono nella zona di Montalto Uffugo (provincia di Cosenza), creando il borgo degli Ultramontani e poi a San Vincenzo la Costa, Rose, San Sisto e Guardia Piemontese, centro abitato fondato direttamente dai valdesi. Prima del loro arrivo sul territorio, che ricadeva sotto il controllo dei Marchesi Spinelli di Fuscaldo, era presente solo un piccolo castello con una torre di avvistamento per le navi saracene, una torre di guardia appunto.

Le comunità valdesi si erano sviluppate bene e come movimento clandestino erano abbastanza invisibili all’inquisizione. Le cose cambiarono con l’adesione del movimento alla riforma protestante, avvenuta nel 1532 al Sinodo di Chanforan (Piemonte). Con la predicazione pubblica i valdesi diventarono chiesa vera e propria e quindi visibili, e ciò anche agli inquisitori. Così in Calabria, come peraltro anche in Puglia, l’esperienza valdese finì nel 1561 con la strage.

Solo alla fine del ‘800, dopo aver ricevuto nel 1848 il riconoscimento dei diritti civili, i valdesi tornarono evangelizzando nell’Italia che stava trovando la sua Unità. In Calabria oggi i valdesi sono presenti a Reggio, Catanzaro Vincolise (comune di Magisano) e a Dipignano e Cosenza come piccole realtà. Nonostante i numeri esigui, che solo a Catanzaro superano il centinaio di popolazione, le chiese locali sono inserite bene nel tessuto ecumenico e sociale del territorio impegnandosi in rete con associazioni, università e altre chiese di concretizzare la propria vocazione di essere lievito della società.

             Come le chiese valdesi a cui presti il ministero, nelle provincie di Catanzaro e di Cosenza, stanno vivendo questo periodo di emergenza sanitaria?

            Oltre alla chiesa di Catanzaro e Vincolise mi è affidata anche la chiesa di Dipignano con Cosenza. Dipignano è un piccolo centro dove non si sentono le restrizioni perché – come a Vincolise – ognuno ha un pezzo di campagna dove andare e stare anche all’aperto per non rimanere chiusi nelle quattro mura della casa come succede invece a Cosenza e Catanzaro.

Per tutte le chiese a me affidate posso dire che c’è un grande senso di comunità che emerge proprio in questo tempo di crisi. I membri delle mie chiese si sostengono a vicenda con telefonate; io, pastore, cerco di coordinare e organizzare le attività possibili grazie ai mezzi tecnologici. Il tutto succede con molta sobrietà e disciplina. Certo ci sono delle paure, la paura per i cari anziani che più sarebbero in pericolo di morte se contagiati, la paura di contrarre il virus e la paura di contagiare in quel caso altri, paure quindi individuali e parte del piccolo mondo in cui per ora siamo costretti a vivere. Poi ci sono le paure per il futuro economico, ma anche delle speranze che questa crisi possa cambiare le coordinate e fermare un modo di fare economia e di organizzare la società che ora mostra proprio tutte le sue crepe. Forse la paura maggiore però è quella che il virus non ci lasci così presto e aumenti la sua forza al suo ritorno nel prossimo autunno.

            Quali provvedimenti sono stati presi per quanto riguarda l’attività pastorale e le cerimonie religiose?

            La Tavola valdese, il nostro organo esecutivo nazionale, ha emanato, in seguito ai Decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, delle informazioni in cui invita tutte le chiese a seguire i comportamenti ivi prescritti. I pastori e le pastore in servizio hanno ricevuto un modulo di autodichiarazione per i casi di spostamenti fuori casa, e un certificato in cui la Tavola elenca i comuni in cui il lavoro pastorale si svolge. Subito dopo il decreto dell’8 marzo abbiamo, nelle nostre chiese locali, chiuso le attività di culto e anche le altre attività infrasettimanali. In caso di funerali il pastore accompagnerà i parenti stretti direttamente al cimitero per una preghiera e un breve sermone direttamente al luogo della tumulazione. Il consiglio di chiesa, l’organo responsabile per la chiesa locale, è connesso via social network, mail e telefonate e sostiene il pastore nei tentativi di raccogliere la chiesa attorno alla parola in modo virtuale.

             Ma in Italia le disposizioni governative consentono che i luoghi di culto rimangano aperti per la preghiera individuale…

            Le nostre chiese si aprono anche in tempi “normali” solo per le attività come culti, studi biblici, catechesi e altro. Questo si spiega con il fatto che l’edificio ecclesiastico, il tempio, come lo si chiama in genere, non è un luogo sacro, è semplicemente uno spazio in cui si può vivere le attività della chiesa al riparo delle intemperie meteorologiche. Infatti, le prime chiese valdesi costruite in Piemonte dopo l’adesione alla Riforma protestante del 1532, vennero chiamate “baracche” dai cattolici, per la loro forma semplice e l’arredo povero (panche, tavola della santa cena, pulpito). Ciò significa che per il tempo di emergenza virus, la chiesa resta completamente chiusa.

            In questo periodo emergenziale, per i cattolici una questione rilevante è il digiuno dall’eucaristia. Al contrario, i protestanti hanno un’idea diversa sia di “precetto” che di culto domenicale…

            Per dirlo in una frase sola possiamo affermare che il precetto per i protestanti non esiste, né nella forma codificata nel canone 1247 del Codice di diritto canonico (“La domenica e le altre feste di precetto i fedeli sono tenuti all’obbligo di partecipare alla Messa”), né in altre forme che potrebbero rendere obbligatoria la partecipazione al culto domenicale. Per il protestante il culto non è l’obbligo, ma un’offerta e un’occasione per celebrare insieme la grazia e l’amore di Dio e incoraggiarsi e rinforzarsi a vicenda per la vita e la testimonianza nel mondo e per il mondo. Questa differenza si basa su riflessioni teologiche soprattutto sulla teologia della grazia evidenziata dalla teologia protestante. Il culto è conseguenza della salvezza, lode al Dio della grazia. In ambito evangelico si cita in merito ben volentieri Marco 2, 27: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!”. Di fronte al divieto di celebrazioni religiose posso quindi capire il disagio che si vive nella chiesa cattolica e sono vicino alle sorelle e fratelli. Certo un disagio lo viviamo anche noi protestanti, quello di non poterci abbracciare di persona e incontrarci fisicamente per lodare il Signore.  Manca anche la partecipazione alla Santa cena o cena del Signore. A differenza della visione cattolica però, la Santa cena stessa è solo un simbolo, cioè per mezzo di un semplice gesto di condivisione di un pezzo di pane e di sorso di vino, viene riaffermata la comunione con il Signore e fra i partecipanti. Essendo segno di comunione, per ora questa comunione viene vissuta nei vari tentativi di tenere insieme virtualmente e a voce la chiesa.

             E’ possibile ammettere un culto senza popolo nella teologia valdese?

Il culto è l’assemblea dei credenti. Un culto senza credenti non è quindi possibile, il solo celebrante non basta. Secondo la promessa di Gesù, Egli è presente dove due o tre sono radunati nel suo nome. In quel senso anche un incontro virtuale che connette le persone costrette a stare a casa, è un culto. Una celebrazione con il solo celebrante la posso solo immaginare in quella direzione, come peraltro si fa in alcune chiese tedesche che ho viste in rete, cioè per registrare una predicazione dal luogo in cui normalmente si riunisce la chiesa e trasmetterla in rete. In quel caso direi che il culto vero e proprio si svolge in seguito nelle case dove le persone vedono la registrazione e vivono il momento di condivisione nella comunità di casa propria.

            E per gli altri riti come vi state regolando? Il battesimo, i matrimoni, la visita agli ammalati o a chi è in punto di morte…

            Oltre alla cena del Signore i protestanti accettano solo un altro sacramento: il battesimo. Secondo la regola antica accedit verbum ad elementum et fit sacramentum ci vuole oltre l’elemento (vino e pane per la Santa Cena, acqua per il battesimo) anche la parola con cui Gesù stesso ha incaricato i discepoli a fare il gesto. Questo esiste espressamente solo per il battesimo e la Cena del Signore.

Inoltre, essendo una piccola realtà, non abbiamo tanti matrimoni e battesimi. Se ci fosse stato un battesimo in queste settimane, avremmo spostato il tutto, come fanno per esempio le chiese tedesche che nel periodo dopo Pasqua celebrano le confermazioni dei ragazzi e hanno già annunciato che questi culti verranno spostati. Per l’accompagnamento di vicinanza a chi soffre o sta per morire può essere chiamato il pastore che certamente si avvierà a casa della persona, rispettando però tutti i provvedimenti legislativi e governativi per non mettere a rischio la salute di nessuno.

             In che misura vengono utilizzate i nuovi strumenti tecnologici?

            Sono da sempre stato abbastanza tecnologico e mi rallegra il fatto che anche le chiese con persone più anziane riescono in questa situazione a connettersi per studi biblici e condividere culti, pensieri, letture bibliche nei social network, sul sito della chiesa o via sms. La tecnologia dà una grande mano per tenere insieme i credenti e far sperimentare loro di non essere sole o soli nei tempi in cui molti sono isolati a casa. Questo vale anche per la catechesi e lezioni online che utilizzano gli stessi canali e le stesse piattaforme delle scuole. La tecnologia in questo caso serve davvero.

             Qual è il contributo che possono offrire le chiese cristiane nel contrasto alla diffusione del contagio?

Innanzitutto, le chiese possono pregare. Per me è molto significativa la preghiera pubblicata dal consiglio ecumenico delle chiese (traduco dall’inglese quanto si trova sul sito: https://www.oikoumene.org/en/press-centre/news/as-world-turns-virtual-during-covid-19-crisis-it-is-easy-to-pray): “Quando non siamo sicuri, Dio, aiutaci di essere calmi; quando le informazioni provengono da tutte le direzioni, siano esse corrette o no, aiutaci a discernere; quando la paura rende difficile respirare, e l’ansia sembra essere l’ordine del giorno, rallentaci, Dio; aiutaci a raggiungere con i nostri cuori, chi non possiamo toccare con le nostre mani; aiutaci a essere socialmente connessi, quando dobbiamo essere socialmente distanti; aiutaci ad amare il più perfettamente possibile, sapendo che “l’amore perfetto caccia via la paura”. Questa preghiera indica già quanto possiamo fare per contrastare anche con le proprie azioni: calma, discernimento, sostenere le misure di isolamento, superandole con amore fraterno e riscoprendo un senso di comunità e di società creduto perso.

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