Cantisani, i 90 anni di un vescovo del Concilio

di Luigi Mariano Guzzo

Spegne oggi novanta candeline l’arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace, Antonio Cantisani. “Un tempo nel mistero della Chiesa” non è soltanto il “nome” dei volumi (ben sei!) che raccolgono il suo magistero di vescovo “attivo”, ma indica, ancor di più, la trama esistenziale di un uomo, di un prete e di un vescovo che ha consumato il suo “tempo”, tutto il suo tempo, come “epifania” di un ministero impastato di Cielo, tra memoria e profezia. E, difatti, novant’anni di età, di cui quarantacinque da vescovo, spesi tutti in Calabria, da quando Paolo VI, il 18 novembre del 1971, lo chiama nel novero dei successori degli Apostoli sulla cattedra di Rossano.

Lucano d’origine, di Lauria (Potenza) per l’esattezza, così si presentava ai fedeli rossanesi il 16 gennaio 1972, giorno del suo ingresso in Cattedrale: “Vengo ad annunziarvi una grande gioia, e questa gioia è Gesù Salvatore!”. Senza peraltro dimenticare la dimensione oblativa che esige la condizione di vescovo, sapendo bene di essere “chiamato a dare anche la vita perché tutti coloro che mi sono stati affidati sappiano dir di sì a Cristo”.

Al tempo di Papa Francesco, oggi, risuonano profetiche le parole del giovane vescovo Cantisani, che si apprestava a vivere un ministero episcopale in terra di Calabria, caratterizzato dalla “scelta di povertà” (a Medellin, in Colombia, i vescovi latinoamericani nel 1968 avevano parlato di “opzione preferenziale dei poveri”). La “scelta di povertà” per Cantisani significava essere “particolarmente vicino ai più poveri, a coloro che economicamente e socialmente non contano […] e non può essere diversamente: non sarebbe, la nostra, la Chiesa di Gesù, se non sentisse la sofferenza della povera gente, se non facesse proprio il drammatico problema del nostro meridione, donde tanti figli son costretti ad emigrare per poter sopravvivere”. Cantisani inizia così il suo fecondo ministero episcopale con lo stesso slancio che sarà proprio di Bergoglio, più di trent’anni dopo, nel diventare vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale: “come vorrei una Chiesa povera e per i poveri”.

Vescovo, quindi, con una “misteriosa ma autentica capacità d’amare”, perché radicalmente modellato dalla grazia della pienezza del sacramento dell’Ordine sacro. Arrivato a Catanzaro, nel 1980, Cantisani confida di “amare senza misura, ad uno ad uno, come se fossi qui da sempre, dello stesso amore di Gesù Cristo” i suoi nuovi fedeli. E, ancora in quella occasione, aggiunge che la Chiesa “non è una società che persegue una finalità politica, economica e culturale”. Anche in questo caso anticipa le parole di Papa Francesco, il quale in una delle sue omelie a Santa Marta, un quarto di secolo dopo, dirà: “la Chiesa non è una società per azioni”.

Se da parroco a Sapri sperimenterà la fecondità di uno dei primi Consigli pastorali parrocchiali, da vescovo a Rossano, prima, e a Catanzaro- Squillace (le diocesi di Catanzaro e di Squillace saranno unite nel 1986), poi, porta il vento riformatore del Concilio: centralità della Parola di Dio, vicinanza alle classi più svantaggiate della società, purificazione della pietà popolare, valorizzazione dei laici, donne comprese, nelle strutture della comunità ecclesiale, impulso all’ecumenismo e al dialogo interreligioso, disponibilità al confronto con le istituzioni civili, promozione degli istituti di Teologia per la formazione dei futuri presbiteri e di Scienze religiose per quella dei laici, impegno nella santità feriale e attenzione ai mezzi delle comunicazioni sociali (nel 1982 fonda il quindicinale diocesano “Comunità nuova”). Insomma: edificare la Chiesa, promuovere la comunione, far crescere nell’amore il Popolo di Dio rappresentano le tre coordinate del ministero episcopale di Cantisani, il vescovo di quel Concilio che egli stesso ha modo più volte di definire: “il più grande dono di Dio alla sua Chiesa”. E all’assise conciliare, maturata dall’intuizione di Giovanni XXIII, Cantisani dà piena ed efficace attuazione con la celebrazione del Primo Sinodo dell’arcidiocesi di Catanzaro- Squillace, dal 1993 al 1995, nel quale pure i laici sono stati chiamati ad essere protagonisti nei meccanismi decisionali.

Da emerito, Cantisani sceglie di rimanere a Catanzaro (di cui è pure cittadino onorario) e continua a vivere il suo ministero episcopale praticando la “carità della sapienza”, con un impegno particolare nello studio e nella ricerca storica. La ricostruzione dei profili biografici dei vescovi che hanno retto la diocesi catanzarese dal Concilio di Trento al Vaticano II, nonché la traduzione dal latino all’italiano e l’esegesi del “Commentario ai Salmi” di Cassiodoro. danno contezza di un servizio pastorale ancora fecondo, il cui magistero –perché anche l’insegnamento di un vescovo emerito è “magistero” nel senso pieno del termine- è affidato ai volumi “La Parola non può fermarsi”.

Quando, poche settimane addietro, l’Amministrazione comunale di Taverna gli conferisce la cittadinanza onoraria, Cantisani esclama: “sono emerito da tredici anni e ancora pensano a me!”. Ma… come potrebbe essere altrimenti?. Ad multos annos, Padre Antonio.

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Un commento

  1. Il vescovo mi accolse in Rossano con affabilità e dandomi molta fiducia. Ad multos annos e grazie per quanto mi dato ed insegnato. Don Vincenzo Longo. Diocesi di rossano.o

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