Don Mimì, l’eredità spirituale di un pastore buono con l’odore delle pecore

di Luigi Mariano Guzzo

Non ci sono parole per descrivere Don Mimì se non quelle che raccontano di una esistenza donata al Vangelo e alla Chiesa, senza condizioni, sine glossa, per dirla come il Poverello d’Assisi. Un prete, e tanto basta. Un prete felice di essere prete. Un prete che ogni giorno rinnova il suo ad una vocazione della prima ora. Proprio Don Mimì, che si era prostrato quale segno oblativo di totale appartenenza alla sequela del Rabbì di Nazareth sulla terra della diocesi di Penedo in Alagoas (Brasile), in un Sud del mondo in cui per sette anni ha annunciato la gioia di una Parola che è salvezza e liberazione, ha scelto, poi, di consumare la pienezza del ministero sacerdotale, in un “altro” Sud, nella “sua” Calabria. E lì, tra il Mar Jonio e il Mar Tirreno, a Tiriolo (Catanzaro), per lunghi anni, non è altro che… prete. Pastore a tempo pieno di una comunità per la quale si spende fino all’ultimo respiro, condividendo pure i segni di speranza, e le ferite, della vita civile e sociale.

Non “fa” il prete, Don Mimì è prete, modellato dalla grazia sacramentale dell’ordine sacro che lo rende partecipe, in maniera del tutto speciale, del sacerdozio di Cristo. E così consegna oggi a tutti noi, quale eredità spirituale, l’icona di un pastore buono che sposa la comunità di elezione e mette “mano all’aratro” senza voltarsi indietro: è lui che sarà “adatto” al Regno dei Cieli (Lc 9, 62). Un prete che vuole essere prete nel sentire della Chiesa, nella comunione con i confratelli e nell’obbedienza, promessa e vissuta, a Pietro e a tutto il collegio episcopale. Insomma Don Mimì offre il metodo per essere preti al modo di Papa Francesco, cioè avendo addosso “l’odore delle pecore”. C’è tanta profezia in questo sacerdozio: è profeta Don Mimì nell’impostazione che dà al suo ministero e ad una vita cristiana che si fa catechismo vivente per tutti. Profeta nel senso biblico e classico del termine: colui che scruta i segni dei tempi, li riconosce e annuncia, senza remore, il messaggio che la Salvezza è prossima.

Santificare, insegnare, governare: la compiutezza di un ministero sacerdotale

In particolare, pensiamo al decoro della dignità sacerdotale di chi sa bene che questa non è dono per sé ma per gli altri. E, quindi, la sobrietà nell’indossare, sempre, in ogni momento, l’abito religioso, il clergy man o la talare (quest’ultima arricchita, negli ultimi anni, dai bordi, dai bottoni e dalla fascia color paonazzi e da una mozzetta violacea per le sue meritate nomine, rispettivamente, di Cappellano di Sua Santità e di Canonico del Capitolo del Cattedrale di Lamezia Terme). Ma il decoro della dignità sacerdotale si esprime, ai suoi massimi livelli, nella liturgia: una liturgia curata nei minimi particolari, dal servizio dei ministranti a quello del Coro. E’ l’istantanea di un sacerdote che si presenta davanti all’altare con la consapevolezza di essere al centro di un mistero più grande della sua umana condizione, tale da dover essere meritatamente celebrato con i paramenti liturgici più appropriati. L’eucarestia, quotidiana e, in particolare, domenicale, rimane il momento privilegiato di incontro con il Signore. Vi è la consapevolezza dell’importanza di esprimere attraverso segni visibili realtà invisibili in una preghiera che non è quella di un singolo bensì di una intera comunità. Don Mimì si profila, quindi, dispensatore delle grazie celesti, privilegiando l’accesso ai sacramenti, per tutti nel rispetto della tradizione ecclesiastica, e sottolineando l’indispensabilità della preghiera. Sembra di rivederlo seduto ore nel confessionale, strumento della Misericordia divina, con (sempre) in mano il Rosario, a testimoniare una fede, continuamente sgranata, verso Colei che il Verbo l’ha portato in grembo e che a Tiriolo si venera con i titoli di Madonna della Neve, di Maria Scala Coeli e di Maria Santissima delle Grazie.

Ogni ora del tempo di Don Mimì è scandita dal tempi della Chiesa, con la scrupolosa e costante recita del Breviario che esprime il carattere ecclesiale della preghiera. Il tempo del pastore buono non è più il suo tempo, ma è tempo della Chiesa; è la compiutezza della funzione di santificare del ministero sacerdotale.

L’eucarestia, poi, diventa l’occasione di spezzare al Popolo la Parola di Dio attraverso omelie semplici ma strutturate e animate, molto spesso pronunciate “a braccio”. E’ il cuore del pastore buono che parla in maniera diretta ai suoi figli; è la compiutezza della funzione di insegnare del ministero sacerdotale.

D’altro canto è proprio questo che insegna il Concilio Vaticano II, il cui spirito Don Mimì ha portato nella realtà in cui è stato chiamato a svolgere il suo servizio: primato della Parola di Dio (con un’attenta cura alla proclamazione di Essa nell’assemblea liturgica), purificazione dei riti della pietà popolare e partecipazione dei laici alla catechesi e nei momenti decisionali della vita della comunità, con la promozione soprattutto di forme di associazionismo laicale, come l’Azione Cattolica. Non vuol dire questo, però, abdicare alla responsabilità, assunta fino in fondo, dal pastore buono, che deve sapere pure prendere decisioni difficili, controcorrente, decise; è la compiutezza della funzione di governare del ministero sacerdotale.

“Li riconoscerete dai frutti”

E se è vero che “li riconoscerete dai loro frutti” (Mt. 7, 20), in un tempo di forte crisi vocazionale, Don Mimì ha la gioia di vedere sbocciare, maturare e realizzarsi, tra le sue mani di prete, la vocazione di ben quattro sacerdoti, di cui uno alla vita consacrata nella famiglia religiosa di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, e di un diacono permanente.

Un ministero, quindi, che si consuma tra i più giovani, per dare loro la speranza e fiducia. Un ministero, per di più, che non ha paura di confrontarsi con le questioni più sensibili dell’affettività e dell’amore per preparare la comunità a vivere matrimoni religiosi celebrati con fede ed evangelica responsabilità, preludio di salde famiglie cristiane. E, ancora, non si può non sottolineare l’attenzione verso gli ultimi, verso i più poveri, verso quelli che spesso dalla società sono esclusi: diventano loro l’essenza di un sacerdozio per e con l’uomo, potenzialità da valorizzare nella realtà ecclesiale.

Don Mimì, adesso che vive di quella pienezza liturgica di cui la sua vita è stata manifestazione, lascia una grande eredità spirituale. Che il Vangelo è sì fuoco ardente e passione, ma è soprattutto fedeltà. Fedeltà nelle scelte, fedeltà nel rigore, fedeltà nel metodo, fedeltà nella preghiera. Si è preti, e si è cristiani, giorno per giorno. E ogni alba, anzi, è possibilità di rinnovare il proprio sì, nell’ordinarietà dell’esistenza.

Anche Don Mimì come Paolo adesso può dire: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno” (2 Timoteo 4, 7- 8).

Per ricordare Mons. Domenico Tomaino (27 febbraio 1932- 24 settembre 2016), Parroco emerito di Tiriolo (Catanzaro), Canonico onorario del Capitolo della Chiesa Cattedrale di Lamezia Terme, Cappellano di Sua Santità. 

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