Te Deum, anche in tempo di pandemia

Con l’inno del “Te Deum”, da tempi antichi, i cristiani elevano il loro ringraziamento al Creatore, nelle ore in cui l’anno volge al termine. “Tu sei la nostra speranza/, non saremo confusi in eterno”, affermano i cristiani. Lo hanno detto, le nostre sorelle e i nostri fratelli, anche quando intorno a loro imperversava la peste oppure si trovavano sotto i bombardamenti. Lo esclamano a gran voce, oggi, in ogni angolo del mondo, fin dentro la baraccopoli di Korogocho, in Kenya.

Quest’anno, in Occidente – che ormai aveva fatto di queste parole poco più che un orpello devozionale – avvertiamo quanto sia difficile ringraziare a voce alta il Dio della vita, quando percepiamo il peso della sofferenza, dell’angoscia, del dolore. Probabilmente, per questo 31 dicembre, sarebbe stato meglio “eliminare” il “Te Deum” dalle nostre liturgie… Ma il messaggio liberante del Vangelo ci consegna proprio una Speranza che va “contro ogni speranza”. E allora anche questo “Te Deum” ha un un senso pure per noi, pure in tempo di pandemia.

È la possibilità di un augurio che sia capace di filtrare una luce di gratitudine per la vita che è stata, per quella che è e per quella che sarà. Al di là delle incertezze, delle difficoltà, dei disagi, non c’è augurio migliore che quello di celebrare la vita. Per un 2021 di pace, di serenità e di “amicizia sociale”.

Auguri, Luigi

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