Il burqini? E’ questione di diritti culturali

di Luigi Mariano Guzzo

“Burqini” è una parola- macedonia nata dalla fusione delle parole “burqa” (il velo islamico tradizionale) e “bikini” (il costume da donna). Nelle lingue anglofone la “k” di bikini ha avuto la meglio sulla “q” di burqa e così più spesso troviamo scritto “burkini”. Lo abbiamo visto anche nelle competizioni di Beach volley durante le Olimpiadi di Rio de Janeiro. E, a parte qualche buon pensante, l’immagine in un unico obbiettivo delle atlete egiziane e delle atlete tedesche ci ha dato l’idea di un mondo in cui la diversità culturale, e la comprensione della stessa, è ricchezza. Il dibattito si è poi alimentato con la notizia del divieto in alcune spiagge francesi di indossare il “burqini”. Decisioni delle amministrazioni locali che hanno ricevuto una favorevole presa di posizione da parte del primo ministro francese Manuel Valls in quanto il burqini sarebbe “espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna” e quindi “incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica”. Sic!… da qui ad alimentare una buona dose di islamofobia, il passo è breve.

In realtà, sembrerà strano, ed anche paradossale, ma il grande imputato di questi giorni sulla gogna dell’Occidente (il burqini, per l’appunto) è figlio dello stesso Occidente, o almeno di quella essenza che ne è lo spirito, la mentalità consumistica e capitalistica. Perché il burqini di tradizionale ha ben poco. Nasce da un’idea della stilista australiana di origini libanesi Ahiida Zanetti che nel 2006 ha pensato di mettere sul mercato un prodotto capace di rispondere alle esigenze culturali e religiose delle donne islamiche senza mortificare la voglia di andare a mare o di frequentare una piscina pubblica. Con lo slogan “Freedom, flexibility, confidence” viene alla luce in questo modo il burqino il cui copyright del marchio è di esclusiva proprietà della Zanetti. L’iniziativa si è subito rivelata un successo commerciale tanto che ad oggi la compagnia della stilista australiana offre nel proprio sito internet (www.ahilda.com) una collezione di diversi modelli (con il capo -il capo, si badi bene, non il viso- più o meno coperto) colori e prezzi. Le logiche imprenditoriali di ideazione, di promozione e di diffusione del burqini sono quindi del tutto occidentali.

E’ interessante, poi, che sul sito dell’azienda che produce i burqini “originali” si legge che la donna islamica vuole essere un “modello per le altre donne nel mondo, non un essere oppresso, senza nome e senza faccia” (“…not an oppressed, no name, and no face being”). Con il burqini si vuole proporre, quindi, un modo “altro” di esprimere e di esibire la femminilità rispetto ai modelli a cui siamo abituati. Non può esserci né deve esserci, d’altronde, un modo solo di essere donne.

E’ il tema, questo, del rispetto dei diritti culturali all’interno di società culturalmente non omogenee. Una categoria dibattuta e problematica, quella dei diritti culturali, ma dalla quale sembra passare la strada di un’autentica integrazione nelle nostre società “meticciate”. I diritti culturali sono strumentali alla tutela dei diritti fondamentali, almeno fin quando  non entrano in contrasto con altri diritti fondamentali o con principi di diritto internazionale (ad esempio, possiamo ipotizzare che il burqini sarebbe in contrasto con l’ordine pubblico internazionale, qualora coprisse tutto il viso senza possibilità di riconoscimento della persona, per evidenti motivi di pubblica sicurezza). Per non andare troppo lontano, e restare quindi nei “confini” europei, è ancora l’articolo 22 della Carta di Nizza che tutela il diritto alla diversità culturale, religiosa e linguistica.

Il burqini quindi è questione di diritti culturali. Ma è anche questione culturale tout court. Non sembra che i costumi da bagno delle donne islamiche siano poi così tanto diversi da quelli che indossavano le nostre nonne per andare a mare mezzo secolo addietro, e neanche dalle mute che indossano i sub o quanti, più semplicemente, intendono farsi il bagno nel Mare del Nord senza essere abituati a temperature così basse.

 E poi chi l’ha detto mai che a mare, con il sole, a quaranta gradi all’ombra, bisogna per forza andare semi- nudi? Come sempre, sotto l’ombrellone, ci vuole buon senso e rispetto. Nulla di nuovo sotto il sole.

burquino

 

 

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