Le esequie religiose di un boss mafioso

E’ assurdo – e parlo da cattolico- che in un edificio sacro, durante il rito religioso delle esequie, sia andata in scena la spettacolarizzazione della morte di un boss mafioso.Il prete non poteva non sapere, non poteva girarsi dall’altra parte, non poteva dire “non è affar mio”. Che cosa ne abbiamo fatto noi cattolici di quel Vangelo che chiede coraggio e parresia, ossia schiettezza nella verità? Come faceva quel prete a non sapere chi fosse quell’uomo? Non mi unisco al coro di chi dice che quei funerali non casamonicaandavano proprio celebrati, anzi ritengo –anch’io come tanti- che la misericordia di Dio non ha limiti, e la Chiesa, che di questa misericordia ne è epifania per il mondo, non può fare altro che pregare per le anime. Per tutte le anime. Insomma, quel prete che ha deciso di celebrare le esequie ha pensato come avrebbe pensato –probabilmente- qualsiasi pastore, nonostante quel canone così ingombrante del Codice di Diritto Canonico, il 1184, paragrafo 1, che recita: “Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche: 1) quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici; 2) coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana; 3) gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli”. E forse potrebbe essere sufficiente solo questa disposizione per “non concedere” il rito delle esequie a chi aderisce ad organizzazioni mafiose: questa gente infatti è apostata, senza mezzi di termini, perché con il loro agire pratico rifiuta pubblicamente la fede in Cristo. E, nel caso di dubbio, sarebbe stato più che opportuno, come precisa il paragrafo 2 dello stesso canone rivolgersi all’Ordinario diocesano, cioè al vescovo.

Eppure, quel prete, che cristianamente aveva deciso di celebrare la messa per il boss, nel momento stesso in cui si era reso conto della carrozza, dei cavalli, delle immagini affisse alle pareti del sacro tempio, avrebbe dovuto immediatamente rifiutarsi di officiare i funerali in forma pubblica, quanto meno per non dare motivo scandalo ai fedeli (come poi effettivamente è avvenuto!). In più, partecipare ad un’eucarestia vuol dire accostarsi ad un banchetto, che è salvezza per chi crede, con un reale spirito di conversione: quanti di quelli presenti al funerale erano pronti a convertirsi? In realtà con il loro comportamento stavano esattamente dimostrando il contrario. Piuttosto che la volontà di lasciarsi alle spalle la “strada del male”, esaltavano la potenza, la forza, la ricchezza (materiale) di un mondo in stile “Padrino”, non accogliendo quindi quell’invito “convertitevi…” che Giovanni Paolo II tuonò da Agrigento nell’ormai lontano 1993.

Insomma, ritengo che le esequie del boss dei Casamonica andassero celebrate in forma privata. Proprio come è avvenuto a Catanzaro, quando i funerali di Toro Seduto, un piccolo boss locale, furono celebrati, come ha riferito il sito Catanzaroinforma, all’alba ed al cimitero, alla presenza solo di una ristrettissima parte dei parenti. E, permettimi di sottolinearlo, ciò è avvenuto in una città ed in una diocesi del profondo Sud d’Italia, il cui arcivescovo Vincenzo Bertolone è stato il “motore” –con i suoi studi, le sue analisi e le sue ricerche- per il riconoscimento del martirio di don Pino Puglisi, che oggi la Chiesa ha elevato a Beato, proponendolo quale modello di santità. Anche se per sapere che la via della santità nulla ha a che fare con la strada della mafia sarebbe bastata dare un’occhiata a qualche versetto del Vangelo, piuttosto che attendere l’esempio eroico di testimoni che ci hanno preceduto.

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